Umbria: il trebbiano spoletino ha ritrovato la strada di casa

Quello del trebbiano spoletino, in fondo, non è mai stato un addio, si è trattato, piuttosto, di un abbandono, o meglio, di un oblio; dato che recuperare la memoria, però, è un po’ come ritrovare la strada di casa eccolo di ritorno, in una forma, tra l’altro, più smagliante che mai.

Antica varietà umbra, storicamente presente nell’area di Spoleto, Trevi e Montefalco, il trebbiano spoletino ha contribuito, per secoli, a definire i tratti più peculiari del paesaggio agricolo di queste zone; le sue viti, infatti, erano allevate ad alberata e, come accade tutt’ora per l’aspirinio d’Aversa, maritate a piante di olmo o acero.

Figlia di un’agricoltura in cui convivevano in promiscuità più coltivazioni, l’alberata preservava la vite – dalle insidie degli animali, così come dall’umidità del terreno – ma, in occasione della vendemmia, richiedeva sicuramente uno sforzo maggiore.

All’epoca, però, l’idea di economia agricola era molto diversa da quella odierna – in cui prevalgono, per lo più, le monocolture e i vigneti specializzati – e, pertanto, il tutto era ancora considerato possibile. Tutto, però, ha iniziato a cambiare agli inizi degli anni sessanta, con la progressiva meccanizzazione agricola.

Le coltivazioni intensive hanno così preso il posto delle alberate – che in Umbria non hanno trovato spazio altrove, in quanto molte delle zone collinari erano, già all’epoca, destinate agli ulivi – ed è andato scomparendo anche il trebbiano spoletino, che allora non aveva altro modo di essere allevato.

Fortunatamente, però, negli ultimi anni si è andata consolidando, su tutto il territorio nazionale, la volontà di riportare in auge i vitigni autoctoni dimenticati – o a rischio estinzione -; queste varietà hanno, finalmente, ricondotto l’attenzione, di viticoltori e addetti ai lavori, ai singoli territori e alla loro unicità, imponendo, anche, un cambio di rotta per quel che concerne la biodiversità vitivinicola e, quindi, la salvaguardia degli ecosistemi.

Il trebbiano spoletino – molto diverso dal più noto trebbiano toscano, da quello abruzzese o da quello di Soave – è un vitigno tardivo, in grado di conservare, anche a piena maturità fenolica, un’elevata acidità; ciò ne fa una varietà molto duttile, che ben si presta sia a produrre vini fermi che frizzanti, dolci o macerati.

Articolato, multiforme e – sicuramente – poliedrico, il trebbiano spoletino dà ai singoli produttori la possibilità di esprimersi a pieno, proponendo, dello stesso, interpretazioni del tutto soggettive, in linea con la propria idea di viticoltura. È facile, quindi, per l’avventore, trovarsi davanti a un vino sempre nuovo, che ad ogni assaggio rivela qualcos’altro di sé.

Si va, così, dall’”Arboreus” di Paolo Bea – macerato sulle bucce per oltre 20 giorni -, al “Vigna Vecchia” di Collecapretta, passando per “L’Edoardo” di Cantina Ninni – un metodo ancestrale – e il “Farandola” di Di Filippo.

Nell’”Arboreus” il trebbiano spoletino dà voce alla sua vigoria, così come alla sua copiosità; nel “Vigna Vecchia”, invece, prevale l’acidità, insieme alla vena sapida;

“L’Edoardo”, di contro, è un trebbiano spoletino glou-glou, prodotto senza solfiti aggiunti, non filtrato e non chiarificato; il “Farandola”, infine, è piacevolmente complesso, oltreché di ottima persistenza.

A voi, quindi, la scelta, così come l’invito a scoprire le tante altre personalità di questo affascinante vitigno

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