Rosé S’il vous plaît! Il debutto in società dello Chardonnay rosé

Quando si parla della Champagne, si ha l’impressione che lì, più che altrove, il tempo si sia fermato. Come se la regione viva sospesa in una dimensione propria, un grande classico impermeabile alle mode. Eppure anche in Champagne ogni tanto qualcosa cambia. Negli ultimi mesi, tra le notizie più curiose dell’attualità champenoise, è comparsa una notizia dell’introduzione ufficiale nel disciplinare di una nuova varietà di Chardonnay a bacca rosa.

Per capire la portata di questo passaggio bisogna partire da un dato di fatto: lo Champagne è una delle denominazioni più regolamentate al mondo. Qui ogni modifica – dal dosaggio alla pressatura, dal sesto d’impianto alle varietà ammesse – richiede anni di studi, sperimentazioni, discussioni interne e, non ultimo, una certa dose di coraggio. Il vigneto champenois è storicamente fondato sul blend con i tre vitigni principali (Chardonnay, Pinot Noir e Meunier) e altre quattro varietà (Arbane, Petit Meslier, Pinot Blanc, Pinot Gris), giustificate più da ragioni storiche che da una reale diffusione, dal momento che queste rappresentano solo lo 0,5% della superficie vitata della regione.

Eppure, proprio la storia ci ricorda che lo Chardonnay non è sempre stato solo “bianco”. Esiste infatti una mutazione naturale, nota in vari contesti come Chardonnay Rosé o Chardonnay à peau rose, caratterizzata da una buccia che vira dal grigio-rosato al rame tenue. Non è un’invenzione recente da laboratorio, nessun Frankenstein ampelografico: è una mutazione, come lo sono il Pinot Gris o il Pinot Blanc rispetto al Pinot Noir. La natura che segue le sue leggi, senza chiedere permesso ai disciplinari.

Questa variante è stata identificata per la prima volta all’inizio del 1900 in Champagne e Borgogna, ma fino a oggi, è rimasta ai margini, oggetto di microvinificazioni sperimentali, curiosità ampelografiche e racconti da degustazioni per pochi iniziati. Ma il cambiamento climatico ha accelerato processi e decisioni. Maturazioni sempre più precoci, livelli zuccherini in aumento, acidità da preservare: il vigneto champenois è costretto a trovare soluzioni e in fretta. Ed è proprio qui che entra in gioco lo Chardonnay rosa.

Secondo i primi studi condotti dal Comité Champagne, questa mutazione presenta alcune differenze agronomiche: matura leggermente più tardi rispetto allo Chardonnay classico, ha una buccia un po’ più spessa, reagisce diversamente allo stress idrico e termico. Dal punto di vista aromatico pare che sia molto simile allo Chardonnay Blanc, ma che conferisca vivaci note agrumate, maggiore freschezza e un eccellente potenziale di invecchiamento.

Nessuno si aspetti Champagne rosa shocking o calici da glamour dalle nuances instagrammabili. Il colore della buccia non significa colore nel bicchiere. La buccia dello Chardonnay rosé contiene pochi antociani, pertanto, non è possibile produrre Champagne rosé esclusivamente con Chardonnay rosé. Il rosa è più un dettaglio genetico che un effetto cromatico nel calice. Una piccola rivoluzione, che agisce sul profilo delvino, senza stravolgerne l’identità classica. La Champagne, pur continuando a difendere il proprio stile, accetta l’idea che la tradizione possa piegarsi alle esigenze pratiche.

Naturalmente, come ogni novità che tocca equilibri consolidati, anche questa ha generato dibattito. I puristici si dissociano. Altri invece sottolineano come la Champagne abbia già dimostrato in passato di sapersi reinventare senza perdere autorevolezza: basti pensare all’evoluzione degli stili di dosaggio o alla rivalutazione dei lieux-dits, oggi celebrati, ma un tempo considerati quasi eretici.

Sul piano produttivo, l’impatto sarà inizialmente minimo. Le superfici autorizzate sono limitate, le percentuali di utilizzo ridotte, e i primi Champagne che includeranno Chardonnay rosa nei loro assemblaggi arriveranno sul mercato tra diversi anni. Ma, come spesso accade, il clamore della notizia supera di gran lunga i numeri immediati.

C’è poi un aspetto narrativo da non sottovalutare. In un mondo del vino sempre più affollato, la possibilità di raccontare uno Chardonnay “diverso”, ma tradizionalmente champenois, offre alle maison e ai vigneron uno strumento in più per dialogare con un pubblico curioso, competente, spesso alla ricerca di autenticità più che di etichette in hype.

L’introduzione della varietà rosa di Chardonnay nello Champagne non è una rivoluzione clamorosa, né pretende di esserlo. È piuttosto un’apertura concettuale, che racconta l’idea che anche i grandi classici, per restare tali, ogni tanto debbano cambiare: anche se solo di una sfumatura rosa.

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