Il vino con gli occhi degli altri – Decantico

Il vino con gli occhi degli altri

Il mondo prima che arrivassi te

Una domanda che mi capita di pormi abbastanza di frequente, quando penso al mio rapporto col vino, è: “com’era la mia vita prima?” 

Prima di iniziare a pensare, esplorare, analizzare, osservare, ascoltare, scomporre tutto ciò che un calice di vino può contenere, insomma, prima di iniziare a studiare e metabolizzare un approccio al vino meno amatoriale e più sistematico.

La risposta è che non me lo ricordo; probabilmente non prestavo troppa attenzione a ciò che facevo o bevevo, non avevo la benché minima educazione gustativa e i miei sensi dunque non erano assolutamente ricettivi: questo spiegherebbe il motivo per cui il mondo prima del 2016 non riporta immagini significative legate al vino.

Spinta dalla frustrazione per quello che è e rimarrà un interrogativo eterno, mi sono chiesta se fosse possibile recuperare qualche briciola del mio immemore passato attraverso esperienze presenti: in altre parole, ho amichevolmente obbligato tre persone a rapportarsi con un calice di vino e descrivere l’esperienza ai miei microfoni.

Doveroso – quanto ovvio – disclaimer: questa mia piccola opera di ricerca qualitativa è statisticamente irrilevante e i risultati sono dettati dalla mia soggettiva interpretazione dei dati.

Le domande

Ho deciso di immolare sull’altare come vittima sacrificale – senza motivo apparente – un vino bianco, il Fiano di Avellino di Ciro Picariello, annata 2020.

Un vino bianco teso, diretto, centratissimo, generoso: al naso c’erano evidenti note di pesca e agrumi con accenni lievi di salvia, in bocca colpiva soprattutto l’acidità, rinfrescante e filamentosa, con un ritorno amaricante meraviglioso.

La degustazione è avvenuta alla cieca, senza motivo apparente; in parte pensavo fosse divertente vedere queste persone in balia dell’ignoto.

L’intervista è stata strutturata nel modo seguente, riporto le domande e il ragionamento alla base delle stesse:

  1. Questo è un calice di vino, fai quello che vuoi. Mi interessava capire come le persone si approcciano a un calice; per me è ormai naturale annusare, roteare, assaggiare a più riprese, pensare molto. Nella vita precedente credo invece che tutto si riducesse a tracannare il contenuto del bicchiere (ma quali calici? Non scherziamo dai)
  2. Come descriveresti questo vino? Io ormai ho assimilato un linguaggio che, mi rendo conto, alle orecchie dei più non ha assolutamente senso. Quindi com’è che le persone “non addette ai lavori” parlano di vino? Quali termini del linguaggio comune vengono utilizzati? C’è qualche concetto ricorrente? Qualche parola legata alla tradizione?
  3. Quale o quali senso/i è/sono più ricettivo/i? Quando mi approccio al vino, il mio senso più reattivo e ricettivo è sicuramente il gusto: vorrei essere uno di quei sommelier che fanno la lista della spesa partendo dalla violetta di campo appena sbocciata, per passare alla mela Golden e finire all’armadio della nonna, ma la verità è che non annuso mai fiori – e raramente annuso qualsiasi altra cosa – e comunque ho una pessima memoria, quindi io al massimo nel vino posso individuare aromi fruttati e/o terziari, stop, quindi mi affido moltissimo al palato e alla retro-olfazione.
  4. È un vino bianco o rosso? Come mai? Cosa porta le persone a pensare che un vino sia rosso, o bianco, senza vederne il colore?

Le risposte

L’incontro con il vino è stato diverso per tutte le persone che hanno partecipato a questo mio – assolutamente privo di fondamento scientifico e validità statistica – esperimento.

C’è chi ha annusato a lungo il vino, prima di assaggiarlo; qualcun altro invece ha ripetuto due / tre volta la sequenza di ruotare il bicchiere, annusare e assaggiare a piccoli sorsi (inciso: questa persona passa troppo tempo in mia compagnia) ma anche chi ha annusato frettolosamente il contenuto del calice (quasi come se fosse un gesto “dovuto” – data la situazione – più che voluto) per poi letteralmente trangugiarlo.

Ho notato sicuramente una tendenza a utilizzare il proprio grado di gradimento come descrittore del vino. Infatti, in risposta alla prima domanda come descriveresti questo vino? due dei partecipanti hanno risposto “buono”, per poi concentrarsi sul tentativo di indovinare se il vino fosse rosso o bianco.

Molti mi hanno inoltre riferito di percepire nettamente una nota “aspra”, “amarognola” o un sapore “acidulo” – vista la freschezza del vino, sarei stata sorpresa dal contrario.

È stato molto interessante registrare un attaccamento verso descrittori che alle mie orecchie suonavano un po’ strani, obsoleti, ma che effettivamente fanno ancora parte del linguaggio dei più: se mi fermo a riflettere, spesso e volentieri capita di sentirli a cena al ristorante.

L’utilizzo di termini come “secco”, “fermo”, “forte”, mi ha fatto sorridere e mi ha fatto ripensare a quando mio nonno comprava il vino dal contadino (suo vicino di casa); talvolta, dopo qualche sorso, poteva succedere che storcesse un po’ la bocca e mi dicesse “È un po’ abboccato”.

Un’altra intuizione riguarda l’incapacità diffusa di motivare le proprie percezioni: hanno tutti correttamente pensato di star bevendo un vino bianco; nessuno però è stato in grado di raccontarmi i motivi di questa convinzione.

Frasi come “l’odore mi ricorda un bianco” oppure “ha proprio l’odore di un bianco” poi non trovavano una spiegazione logica, al massimo una giustificazione per contrapposizione, tipo “il rosso di solito è più forte”.

C’è stata anche un po’ di confusione, direi quasi un affaticamento, nel cercare di comprendere quale senso fosse più stimolato dall’incontro con il calice: c’è chi mi ha detto una cosa ma poi di fatto ha risposto alle domande basandosi su un altro senso; chi invece sentiva un’iper stimolazione di gusto e olfatto e quindi non riusciva a distinguere.

In definitiva, la frase che più mi ha colpito è stata: “Non sono un tecnico, quindi non so”.

Mi ha fatto percepire una specie di timore reverenziale, che in realtà era diffuso tra tutte le persone che avevo di fronte: una sensazione che non mi sorprende affatto ma mi fa riflettere, questa assurda paura di dire la cosa sbagliata, sia nella descrizione che nei tentativi di indovinare.

Qualcosa mi fa pensare che se avessi chiesto loro di parlarmi di un trancio di pizza, o di una pinta di birra, sarebbero stati molto più sciolti e sereni, più sicuri e articolati nelle argomentazioni.

L’arte di non pensare (troppo)

Cosa mi porto a casa? Sicuramente la voglia (più che voglia il sogno) di approfondire la questione, e la consapevolezza che c’è sempre tanto, tantissimo lavoro da fare per avvicinare il vino alle persone e ripensare la comunicazione dello stesso.

Mi piace immaginare che esista un modo per facilitare le conversazioni sul vino, senza banalizzare la materia, riconoscendo la degustazione come incontro, relazione con l’altro oltre che col vino – come insegna Nicola Perullo nel suo libro Epistenologia – e distaccarsi una volta per tutte da un’analisi fredda e distaccata, dai punteggi, dalle guide.

L’ultimo spunto, un po’ provocatorio, che conservo più per me che per gli altri, riguarda l’apparente fatica legata al pensare e ragionare sul contenuto del calice, quasi come se fosse una cosa del tutto innaturale. Forse, e dico forse, talvolta dovremmo provare a pensare un po’ di meno – evitando faticose sovrastrutture – e percepire di più l’essenza di ciò che abbiamo di fronte.

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